venerdì 3 luglio 2009

the lovin' Rimini for Moz!




...moz is back...

giovedì 25 giugno 2009

Allons enfants


"Dove si perdono gli uomini."
Questo è il titolo originale con cui, nel 1996, René Frégni s'imponeva in Francia, con il proprio terzo manoscritto, 158 pagine di romanzo limpido, originale, pescato nel fondale di quella magmatica ed irrisolta città di mare che è Marsiglia, già scenario di autentici capolavori del quasi coetaneo, indimenticato, J.C. Izzo, autore a cui sono particolarmente legato, scomparso a 55 anni, nel pieno di una traboccante e commovente produzione letteraria.

"La città dell'oblio" -traduzione italiana con un tocco di fantasia - non è comunque Marsiglia, ma il carcere. E' là che gli uomini si perdono, è là che, lontano dai nostri occhi affaticati su regali e offerte per ipermercati sempre più luminosi e insopportabili, si consumano vite "a perdere", si entra in dimensioni parallele, dentro strutture che non hanno nemmeno il vago intento di redimere, e da cosa poi ?, e che nemmeno riescono ad essere "punitive": sbarre che rinchiudono a fatica i sensi di colpa di un'intera società dentro un limbo di mattoni.
"Conosco Marsiglia, gli assassini dei miei libri li ho conosciuti tutti nella prigione Baumettes. So cos'è il mondo dell'angoscia e della paura. Dietro la porta di ogni cella c'è un romanzo nero..."

Quattro coordinate sull'Autore, ve le devo.
Marsigliese, classe 1947, René Frégni sa davvero di quel che parla in questo romanzo: ha conosciuto il carcere fin dall'età di 19 anni, prigione militare, messieurs-dames!, da lì è evaso e, da disertore, ha preso a vagabondare per l'europa, rifugiandosi ora in Turchia, ora in Italia, facendo lavori umili e decidendo, dopo molti anni, di far rientro in patria, ad affrontare i processi che lo attendevano.
Per sette anni ha poi lavorato in un Istituto Psichiatrico, faccia a faccia con la follia che ti si specchia addosso, ed ha continuato a scrivere e a leggere, dentro le carceri, collaborando con Istituti di Pena, gestendo Programmi di scrittura creativa per detenuti ed altro, e avrà fatto anche altre cose nel frattempo, tipo innamorasi, bere vino nei bar all'aperto, guardare la luce delle

"Non mi son mai sognato di scrivere della vita di un avvocato del XVI arrondissement parigino.." risponde a chi gli chiede se la sua letteratura sia di stampo prettamente "popolare", ed aggiunge : Jean Genet diceva qualcosa come : "Letteratura significa organizzare parole attorno a un'emozione.". e per me l'efficacia è l'emozione. Voglio che ci sia un'emozione ad ogni pagina..."
Sono arrivato a lui anzitutto per una sorta di ammirata deferenza nei confronti della Casa Editrice che lo pubblica -sono anni terribili, il lavoro di filtro di case editrici di cui fidarsi è essenziale: le auto.pubblicazioni di microeditori che puntano all'assegno di tremila euro / copri spese / sa com'è, girato dal soi-disant "autore" -(tremiladuecento se si vuole avere i caratteri d'oro in copertina) portano in giro tonnellate di libri destinati a rimanere intonsi, o, nel peggiore dei casi, ad essere addirittura letti, o presi sul serio!- e poi per una magnifica recensione fatta dall'ottimo Enzo di Mauro su "Il Manifesto", nella quale si diceva tra l'altro che
" per Frégni, come per Manchette e Izzo - i maestri del noir figlio del '68, eversivo e ingovernabile - la scrittura è un'opzione morale e lo stile è tutto."

Manchette e Izzo sono per me come due amici straordinari che non mi hanno mai deluso, ed abbracciare Frégni è stato un attimo, il tempo di scandire alla libraia nome e titolo e aspettare un mesetto che mi richiamasse per dirmi se ero io che avevo ordinato Bevilacqua. Non ero io, naturalmente, signorina, che lo sanno anche i sassi che l'acqua fa la ruggine e poi bevo solo Sauternes Château Romer anche con pane e salame.
Queste facezie le metto perché in verità vorrei solo ricopiare la recensione del Di Mauro, che la pensa come me ma in compenso scrive veramente bene, e di lì invitare alla lettura, dando di gomito e alzando un calice per il cin-cin di fine anno, ma i rigidi regolamenti di Ciao non me lo consentono, quindi ecco che le digressioni diventano necessarie per creare questo clima festoso, tipo cagnara da wine-bar all'ora di punta, dal quale vi traggo subito, catapultandovi, dio piacendo, a pagina 1.

"Come tutti i giovedì pomeriggio da quasi tre anni, ho percorso questo corridoio sotterraneo, superato due cancelli e quattro porte blindate sotto l'occhio vigile delle telecamere, e mi sono ritrovato brutalmente all'esterno, accecato da un sole che mi è sembrato ancora molto alto. Era l'inizio di marzo."

Inizia con un'uscita dal carcere (uscire si può, uscire si deve, dal fondo di ogni tunnel, anche dal più buio, si può uscire, è una simbologia non casuale, e il sole è ancora molto alto…) il percorso di Ralph che in quelle carceri porta grandi classici, adora Camus, e autori contemporanei, e ascolta storie che i detenuti scrivono e sfoga alcune frustrazioni da scrittore cui le parole proprio non vanno incontro come dovrebbero.

E già a pagina 2 il nostro aggiunge, a scanso di equivoci sul fatto che l'alter-ego di Renè sia assolutamente Ralph: "Mi sarebbe piaciuto diventare uno scrittore, parlare delle cose che mi hanno sempre turbato; purtroppo non ha funzionato, i manoscritti che ho spedito mi sono tornati indietro, rifiutati dagli editori."
La scrittura viene vista come salvezza, e al contempo come perdizione, la lettura come piacere irrinunciabile ed incessante ricerca, della bellezza, della verità.
Noi che qui scriviamo, leggiamo, commentiamo, dovremmo pur saperne qualcosa, magari anche solo per osmosi.

La trama è dolceamara, gli incontri tra Ralph e Gabriele Bove, detenuto nella cella 318, uxoricida che disegna ritratti della moglie che appaiono di sconvolgente intensità agli occhi assetati e al cuore sofferente del "docente" di Scrittura Creativa, costituiranno il nucleo della prima parte del romanzo, e poi via, come nella miglior tradizione dei polar-mediterraneè alla J.C. Izzo la storia ingrana e gira attorno alle ossessioni del protagonista, accade qualcosa che non è razionalmente spiegabile, come la mia voglia di parlare sempre un gran poco degli sviluppi narrativi. Non mancheranno gli archetipi che uno si aspetta in un romanzo -fondamentalmente- d'evasione, sia pure rocambolesca. E avremo secondini, braccia penzoloni fuori dalle sbarre, pulsioni e bassi istinti, e poi giovani francese a spalle nude nella sera, un amore disperato eppure violentemente vivo -pagine che diventano boccate di luce, queste-, ispettori di polizia sagaci, l'urlo della curva dell'Olympique Marsiglia, un omicidio che rimanda dritto alla famosa questione tra Caino e Abele, e i pedinamenti e le occhiate, qualche spruzzata di delitto e castigo -manca solo "servire ben caldo"- e un finale allegorico e spiazzante, che se non vi s'inumidisce l'occhio si vede proprio che stavate guardando la TV anzichè leggere.
C'est tout. Anzi no.
Ci sono loro. Quelli che stan dentro le prigioni. Anche se mi sa che poi -gratta, gratta,- siamo sempre noi. Quei Noi di cui ci dimentichiamo volentieri l'esistenza, tranne guardare con stupore una mano che fa ciao, da lassù, un giorno che passate sotto un'Istituto di Pena, completamente persi nel traffico del nulla di tutte le nostre ore di punta.

La Marsiglia di J.C. Izzo:
"Ci stavo bene nel bar di Hassan. Tra i frequentatori abituali non esistevano barriere d'età, sesso, colore di pelle, ceto sociale. Eravamo tutti amici. Chi veniva lì a bersi un pastis, sicuramente non votava Fronte nazionale, e non lo aveva mai fatto. Neppure una sola volta nella vita, come altri che conoscevo. Qui in questo bar, tutti sapevano bene perché erano di Marsiglia e non di fuori, perché vivevano a Marsiglia e non altrove. L'amicizia che aleggiava qui, tra i vapori dell'anice, si comunicava con uno sguardo. Quello dell'esilio dei nostri padri. Ed era rassicurante. Non avevamo niente da perdere, avendo già perso tutto."
La Marsiglia di Frègni:
"Una voce unanime scaturiva da quel calderone stregato e saliva a incendiare le stelle. In questa città non è la squadra ad essere bella, è il pubblico. Il più bel pubblico di Francia. Acceso da una tale passione, qualunque giocatore farebbe miracoli. Quello che succede in questa scodella di titani non l'ho mai visto da nessuna parte."

cose del vivere, le nostre ore d'aria inseguite, un bar, una curva, due voci, un solo amore. Non circondariale. Sconfinato.

martedì 23 giugno 2009

spareggi...



dunque, adoro il FC Barcelona. per un mare di ragioni. soprattutto per il suo spirito. anche negli anni grigi, intendo, troppo facile dirlo quando le cose van bene. e poi il calcio inglese in genere. mi piacerebbe trapiantare il Barça nella Premier League. Con PES lo faccio, e vabbè, ci gioco contro, con risultati altalenanti. Spesso gli metto contro l'Hull City, per dire. ora, il Barcellona ha un gioco spumeggiante, ma immaginate se giocasse col Gallarate, e solo col Gallarate, allenamenti e partite, andate e ritorni. Voi pensate che il Gallarate migliori giocando col Barcellona? ma fatemi il piacere. Va a finire che Messi gioca come Mastropasqua, non il contrario. e immaginate l'Hull City che si allena col misero Pontegattello estate e inverno? io si, riesco a immaginarlo: e ouch, non è davvero granchè (eufemismo dell'anno).

insomma, prendo il telefono e chiamo Mr.C., perchè passare un sabato come ho passato il venerdi e come prevedo di passar la domenica mi fa venir l'orticaria e poi anzichè comprare l'evento su sky dico io mille volte meglio la bolgia, il clamore, le trombe da curva, le salamine e le birre slavate, (tanto ho un presentimento fosco) ma dentro un palazzetto, perchè la squadra è lontana, e si va di maxischermo, amen. prende il telefono anche Mr.C. e senza tifare quel che tiferanno in tremila là dentro (è di nobili origini piemontesi, mi ricordo con affetto. è un barolo umano.) si scapicolla per assistere alla singolar tenzone e allo spettacolo di vedere me sfigurato dalla tensione che sale prima del fischio d'inizio. perchè è un dentro o fuori, mica cazzi. per prima cosa metto su una sciarpetta a Mr.C., come mettere la kippa a un gentile prima di una funzione -azzecco la metafora e lui figurati se non si cala nel ruolo in modo sontuoso-. io sento invece la mia voce urlare al primo fallo degli avversari. la partita scivola, il primo tempo ci consente solo di salvare la ghirba, ma volano streghe e pippistrelli sui nostri che sembrano punti dal biscio bastonero ed esibiscono un gioco che mi irrita. la tv locale arringa il pubblico, gli avversari segnano, silenzio e nervosismo, l'intervistatrice si aggira, coglie Mr.C. che -sciarpa al collo- dopo una serie di commenti di altri tifosi altamente tecnici ("si deve vincere, cxxo!" "bisogna tirare fuori le pXX, c,xxo!") in quella bolgia, seduto con birra ad altezza gomito e gambe accavallate enuclea i problemi che stiamo avvertendo "..non c'è pressing sul portatore di palla, trovo che ci sia un problema tattico più che tecnico..." -io straluno gli occhi e guardo in camera, la tipa pensa "qui mi soffiano il lavoro, un commento tecnico così nero pece mica me lo aspettavo" mi vede lì con la maglia di Baggio e mi passa il microfono, come a dire su, tira su il morale alle truppe e io -posso esser meno di Mr.C che slunga un sorrisetto sardonico?- dico che "questa waterloo che si va prefigurando è figlia di mille scelte sbagliate da una società inesistente, pressapochista, indecorosa. -grazie-. prego." e le nostre belle undici statuine da presepio sul maxischermo pensano bene di farsi infilare un gol da polli con lancio di 40 metri e botta al volo di destro sul secondo palo proprio mentre dico "prego." con il fumo di tutte le metafore calcistiche che ho in testa -e il fumo dell'hascisch che a zaffate ci avvolge, dolciastro e disgustoso- guadagno l'uscita, Mr. C pare dispiaciuto per me, facciamo un giro (andiamo al Black sheep? no, per dio, no, un altro posto.)e ci vorrà una bottiglia decente per cogliere un sonno irreale.

martedì 9 giugno 2009




Certo, le circostanze non sono favorevoli
(e quando mai?)
bisognerebbe...
bisognerebbe niente...

errare facebook est

Sua Maestà la barista di Vada
in fondo in fondo non ha molto da dire...
io con l'aiuto di una botte di vino
penso che oggi la farò mia.


A Sua Maestà la barista di Vada

tutti quanti le guardano il culo
,
quando si china e raccoglie qualcosa
ma è un gioco d'astuzia e lei lo sa.

-dio, la tristezza che mi mette addosso facebook e quegli utenti che a migliaia si specchiano e si rincorrono come pulviscolo che gira nell'aria, quante decine di pieni di sè che lavorano a un'immagine pubblica o semi pubblica fittizia e irrilevante, dio quanto vuoto riempire spazi con altro vuoto di seconda mano, e mimare contatti, amicizie! (sic), vita. quanti altari innalzati a se stessi, quanto tempo perso anzichè faticare sulle corde, soffiare negli ottoni, leggere Tolstoj o fare un po' quel cazzo che ci pare senza sbatterlo online o senza "evitare" di sbatterlo online.
Che adesso zia Nora "prepara la pasta con le acciughe", mentre un tale che giocava con me a ramino nel palazzone 10 anni fa m'invita a un convegno sull'epilessia, e Angelina Jolie mi fa sapere che esce il suo nuovo film (merci. très jolie, Angelina) finalmente "giancarlo ama sempre romina" e me lo grida in ba
checa, e una che si crede lady macbeth viene a sapere a che concerto andrò, mentre un ex vicino di casa -un tagliente rompicoglioni che apriva bocca solo per dargli fiato- informa il mondo che "Sto leggendo Neruda, e piango" e ancora zia Nora (che ho scoperto non essere così morta come pensavo) scrive che "Domenica a Bovolone Polenta e Baccalà, vi aspettooooo". Finalmente oggi mi tolgo di là.


E' indifendibile, lei è indifendibile!
(Sua Maestà si difende da sè....)
A Sua Maestà la barista di Vada offro il languore di questo mattino
e la leggerezza di quei fiori sull'acqua


se lei me lo chiede, se lei lo vorrà.


poi sarò bravo nel farle capire quel che la gente avrà da ridire

quando dal lato del nostro giardino
noi usciremo nel giorno di Pasqua.
(* OST Diaframma, "Sua Maestà")

venerdì 22 maggio 2009

La Princesse Du Sang

-Sola, -aveva detto a Samuel Farakhan. -Sola, e fregarsene di tutto. Ascoltare i miei pensieri, ammesso che ne abbia. Ascoltare gli uccelli all'ombra dei boschi. E qualche volta...qualche volta! Prendere i miei apparecchi, per delle incursioni, qualche rullino sulle orchidee o i pappagalli o le jacarande o su quel fottuto di solenodon che esiste solo là. O anche le formiche. Le formiche e i porcellini selvatici. Concedersi tempo. Avere tempo. Essere sola e avere tempo.

Farakhan aveva sospirato rumorosamente nel ricevitore perchè era una conversazione telefonica, era a casa sua, lei era già a Parigi nell'alloggio di rue Robert-Lindet, a metà gennaio.

-Ah, - dichiarò più o meno Farakhan. - C'è qualcosa di più insopportabile che stare a riposo totale, senza passioni, senza avvenimenti, senza divertimenti, cose da fare? Fosse stato tre secoli fa, ti avrei consigliato un convento di clausura. E ne saresti ben presto uscita, del resto. Forse anche della tua spedizione ti stancherai in fretta.

-No. resisterò fino alla fine dell'anno. Ti rivedrò il primo gennaio 1957.

-Tocchiamo ferro, -aveva detto Farakhan.- porterai con te una pistola?

-Ebbè...sì.

-Benissimo.

-Sai, capitano, - aveva detto Ivy dopo un momento, - hai qualcosa di strano nella voce. Il mio viaggio ti dà fastidio?

-No, - aveva detto Farakhan. Ti sei fatta un'idea sbagliata.

-No, gli aveva fatto eco Ivy, - E' un pensiero che hai e che non mi vuoi dire.

-Piccola, ti giuro...

-Non giurare! -l'aveva interrotta Ivy.- niente bugie tra di noi. Tienti i tuoi pensieri per te, ma non mentirmi.

Samuel Farakhan allora era rimasto zitto.

mi son letto "Una principessa di sangue", il celebre romanzo postumo di Manchette, classico libro per una notte. La prima metà in realtà me la sono sciroppata in un'interminabile coda all'Avis, e il titolo mi sembrava il più adatto alla bisogna, lo ammetto.
Non ha scritto molto Jean Patrick Manchette, e sto avvicinandomi pericolosamente al completamento della sua opera, punto di non ritorno e poi sarà semmai tempo di riletture, e la cosa non mi entusiasma granchè. Quest'ultimo romanzo è affascinante, ruvido e con tutta evidenza incompleto. Il tumultuoso sviluppo finale (secondo me almeno 50 pagine) è stato scritto addirittura copiando alla bell'e meglio dagli appunti sparsi, intuendo come l'autore avesse deciso di concludere il plot. mah. Come se per uno che scriveva in modo assolutamente jazzistico come JPM la partitura fosse incisa nel granito ancora prima dell'esecuzione.
Come sempre i personaggi di JPM non richiedono una particolare adesione ideale, tutto è molto veloce, le azioni qualificano, i dialoghi punteggiano, i riferimenti storici, musicali e soprattutto tecnico balistici abbondano e si assorbono leggendo con naturalezza, anche laddove s'ignori la natura di un'AK47 o si sappia solo vagamente quel che combinarono i francesi in Algeria (quando invece parla di Clifford Brown inserendolo nel contesto come uno stacco hardbop, o quando la protagonista Ivy regala un disco di Art Blakey -e tra tutti, questa jazzgirl mi va a scegliere "A Night at Birdland"- lì siamo dalle parti di una fortissima empatia, e ti par quasi di veder gli occhi, e vorresti che quel disco fosse stato regalato a te, da una tale felina...)

E' bello pensare che sul sotto-finale sdrucciolevole e abbozzato avrebbe inserito due o tre varianti, o almeno un assolo secco e lucente dei suoi... beh, io ne sono certo. Aveva in animo di scrivere un nuovo ciclo di romanzi, dopo un ritiro volontario da una scena -quella del polar-noir d'impronta politica- che aveva cambiato per sempre, e invece, fanculo, poco più che cinquantenne un tumore se lo porterà via, e addio trilogia.

Sappiamo che un perfezionista come Jean-Patrick non ce l'avrebbe mai consegnato conciato così questo libro, ma gli editori sì, eccome, per motivi svariati che includono sia l'amore che l'amore per i soldi. E così altre mani spero amorevoli han rovistato cassetti, spostato bottiglie di cognac, appunti scritti a mano in ogni dove, riviste di armi, biglietti di teatro, ciclostilati del Partito Comunista, pacchetti di Galuoises, aperto finestre, buttato nella spazzatura fiori marci, ecc. e noi, noi ringraziamo e mentre chiudiamo il libro sentiamo acuirsi il senso di riconoscenza per questo autore, cui vorremo bene per sempre.


lunedì 18 maggio 2009

Train, di Pete Dexter


"Gennaio 1948.
A quel punto della storia, Packard non si era mai innamorato, e non si fidava di quanto sentiva dire in proposito (per sempre, mia adorata, con tutto il cuore, fino alla fine dei tempi, più della vita stessa, con ogni fibra del mio essere, oh my darling Clementine ecc.). Gli sembrava fuori dal suo controllo, e complicato.

Però aveva trascorso un migliaio di domeniche in chiesa -facciamo quattrocento- due anni difficili nel Pacifico su una corazzata, poi cinque giorni molto difficili nel Pacifico senza corazzata…"




Questo è l'incipit di "Train", o per meglio dire l'attacco, trattandosi di un'opera che -more solito, quando tutto gira per il verso giusto- si disvela come una partitura perfettamente congegnata, abilmente "aperta" in alcuni passaggi e poi velocissima e in grado di risucchiare il lettore in quel vortice d'inchiostro che poi è in fondo generato dalla nostra necessità fisica di essere risucchiati in un universo "altro". In attesa che i tipi di Star Trek brevettino quella cavolo di macchina-cabina doccia che sposta nelle spazio-tempo e al contempo garantisce una prolungata abbronzatura dorata, direi che non ci rimane che leggere, acuminando il gusto senza diventare rompicoglioni -facile a dirsi- e cercando autori in cui non è proprio necessario specchiarsi, anzi. Tuttavia…

"Train" è un'opera che rischia di rimanere incollata a lungo alle nostre sensibilità, e le cui immagini, spesso forti e sparate nella ruvida luce del sole, si propongono di riaffacciarsi con grazia alla memoria -fosse pure memoria breve, o espandibile di qualche Ram-, segno questo di una scrittura forte, moderna, incisiva, dentro i canoni e senza particolari capovolgimenti narrativi o trucchi effettistici.
Per tornare alla metafora musicale siamo dalle parti di un blues perfettamente interiorizzato e reso con grazia ispirata da un autore sessantaquattrenne che ne conosce appieno i risvolti armonici e cardiaci.

La storia, molto semplicemente, c'è.

"Train, il cui vero nome era Lionel Walk Jr., teneva la bocca chiusa e così aveva sempre fatto. Gli altri caddie quando tornavano al capannone prendevano in giro i giocatori, imitavano il loro modo di parlare o la loro andatura zoppicante, anche se, al momento di prendere la sacca, era tutto un "Sissignore" e "Nossignore" e "Grazie, signore". Il ragazzo non aveva quella disinvoltura, ma si aspettava che un giorno o l'altra gli sarebbe venuta. A quanto vedeva, il mondo funzionava così, tutto dipendeva da chi era presente quando parlavi."

Tra Packard e Train, tra questi due mondi silenziosi e solo apparentemente lontani, il caddie e il poliziotto, si sviluppa una storia che ha come fondale la Los Angeles del 1953, una città e un paese in cui la belva razzista lancia i suoi latrati odiosi : vedrete il profilo scavato dell'uomo bianco, attraversato da enigmi e tagli furenti e chissà, e poi lei, Norah, ricca e meravigliosa donna bianca e liberal e la loro storia si fa strada, e lì uno tende a lasciare brandelli di cuore, magnifica letteratura tout-court, e gli episodi cruenti, e morti violente, tuffi in oceano, inchieste e depistaggi, spari esplosi dentro abitacoli che ti lascian le orecchie a rintronare l'alba che non viene...
e ancora il torace d'ebano lucido del giovane nero, e la classe impareggiabile del suo swing, e voli per gli States, e le dita di una fotografa in carriera che indugiano, su quel torace, e su altri..., e poi ancora Plural, colosso nero, ex-pugile, ex(?) schiavo, figura tragica capace di dire cose che ti obbligano ad una rilettura immediata, tanto sono dirette e naturali e inquietanti e divertenti allo sesso tempo.

Opera di non immediata classificazione, questa di Pete Dexter.
Quando han chiesto all'autore di inquadrare il suo romanzo lui se l'è cavata con un "Really, it's hard to say what Train is about. It's kind of about marriage. It's a little bit about talent. It's a little about potential. A lot of it's about friendship." Basterebbe questo, credo.

E ora, istruzioni per l'uso.
Cancellate con un pennarello nero le righe della quarta di copertina dove i tipi di Einaudi ci informano, per vendere qualche copia in più, che trattasi di "una storia che prende alla gola come -L.A. Confidential- di James Ellroy e tocca i nervi scoperti della società americana come -Il Falo' delle Vanità- di Tom Wolfe". Fatto?

Tenete a distanza i superalcolici, l'amarezza che avete in gola forse non dipende nemmeno dal libro ma dal mutuo, o da chissà che cosa, quindi optate per del chinotto, almeno fino a che siete sicuri che proprio nessuno vi veda. Fatto?

Non date retta a chi pensa che una storia così sia diretta prettamente ad un pubblico maschile, è bello che l'altra metà del cielo abbracci opere complesse e piene di vita e di pugni nello stomaco come questa. Sebbene non manchino sentori di machismo qua e là, gentili amiche rilassatevi e saltate le righe violente (questa poi!) e volendo rileggete le pruriginose (ce ne sono, eccome! e poi del resto essere macho non significa poi mucho) e poi il finale sarà così bruciante nel suo riscatto che... fidatevi. Fatto? ok, ok, la pianto.

Mr. Peter Dexter, classe 1943, originario del Michigan, vive con moglie e figlia e svariati animali in un'isola nel Puget Sound, nello Stato di Washington, dove ritengo abbia il suo domicilio fiscale.
(tieni la rotaia, train, guarda avanti, guarda oltre il green, The Art Of The Swing, cerca la distanza esatta , trigonometria applicata all'anima, svuota, svuota e colpisci, e rientra poi nel tuo ruolo negro, rinfodera la magia che è tua, tua, tua per sempre, e spingendo, da bravo caddie, il carrello delle mazze, sorridi. Quanto dista il vostro capannone, oggi? quanti "sissignore" vi toccherà sentirvi dire? quanto dista il mio capannone, oggi?)

Oltre a "Train", ha pubblicato il notevole "Il Cuore Nero di Paris Trout" con cui ha vinto niente meno che il National Book Award e proprio in questo momento sono certo che sta picchiettando sulla macchina da scrivere, con l'aria assorta e l'occhio umido.

venerdì 15 maggio 2009

Baudelaire -bridge over the night-

...(da fleurs du mal)

Comme un flot grossi par la fonte
Des glaciers grondants,
Quand l'eau de ta bouche remonte
Au bord de tes dents,

Je crois boire un vin de Bohême,
Amer et vainqueur,
Un ciel liquide qui parsème
D'étoiles mon coeur!


Ci sono momenti dell'esistenza in cui il tempo e l'estensione sono più profondi, e il sentimento dell'esistenza immensamente accresciuto.

Cosa c'è da stupirsi, d'altronde, se ogni uomo in salute può fare a meno di mangiare per due giorni - di poesia mai?

sillogismo


Un bue muschiato RESTA un bue muschiato* pure se per certi capricci del destino si ritrova sulla groppa una stupenda farfalla giapponese.


(*) bue muschiato padano del sud.

giovedì 30 aprile 2009

Anthony Coleman Trio - Marveille Music.

« Laissez les influences jouer librement, inventez ce qui a déjà été inventé, ce qui est hors de doute, ce qui est incroyable, donnez à la spontanéité sa valeur pure. Soyez celui à qui l'on parle et qui est entendu. Une seule vision, variée à l'infini.

Le poète est celui qui inspire bien plus que celui qui est inspiré. »


- Paul Éluard
Ralentir travaux, 1930

venerdì 24 aprile 2009

Lettera dal(l'ufficio di) Fronte.

Mia cara*,

so che sei alle prese con pupi di varia natura, grandezza, peluria e numero di scarpe, ma ho deciso che ti riempiro' delle mie cronache sull'allestimento del festival, indipendentemente da eventuali segnali di vita da parte tua. Passo molto tempo ai mercati rionali e anche il pescivendolo urla "pesce vivo!" alle alici di lago che ha appena tolto dal frigo ma quelle non è che rispondan granchè, anzi pss, avvicinati: ho notato che dà solo un calcio al secchio mentre tutti guardan da un'altra parte, e loro traballano un pochino! C'è una sua rivale che invece fa traballare leggermente il busto, la gente guarda la camicetta, tifa per l'asola contro il bottone e la roba va sulla bilancia che è un piacere. Inutile dire dove la coda si allunga di più.

Ma veniamo al sodo. Il mio festival sta decollando come un soufflè che rimane con la porta del forno aperta per un'ora: come sai e come ti avevo promesso dopo quel Sauternès che ti aveva messo addosso i friccicori avrei voluto Ornette Coleman, Wynton Marsalis e la big band di Jon Faddis con Joe Lovano tra i solisti, ma ahimè dopo un franco colloquio col sindaco è già tanto se avrò peppino principe che con la fisarmonica e un fiasco di vino suonerà ballate popolari della valsabbia. Certo, dirai tu per consolarmi, anche l'ex manager Willy Jumbotti cominciò così, con artisti di seconda risma, e chi non ricorda quel festival di strozzapalloni a Cleveland, il suo vero zenith ? beh, può sembrare che io stia menando il can per l'aia e forse è in fondo così, è prassi jazzistica tirare avanti con dei sottofinali cascanti se non si sa bene dove andare a parare, e in effetti mi viene in mente Sonny Rollins che guarda l'orologio durante un assolo, e poi fa anche un movimento rotatorio con la mano sulla pancia come a indicare "che famina, ragazzi, altri due minuti e via tutti, che si raffredda la sbobba, sennò" -i critici di Musica Jazz la presero per una limpida e stentorea protesta di Sonny contro la fame nel mondo- insomma, come vedi si procede, con mano tremula e bisturi arruginito.

In verità questa missiva, che vorrebbe ricordare le lettere dal fronte di Stalingrado in salsa vaudeville, potrebbe pure diventare d'amblè il "programma di sala" dei concerti. una dozzina di fotocopie dovrebbero bastare. oddio, "sala" di per sè è già improprio. siccome siamo a fine ottobre inviteremo tutti a portarsi un plaid da casa, date le ristrettezze il sindaco non ha voluto concedermi nemmeno un paio di buoi che avrebbero potuto alitare calore sui malcapitati astanti.

Si procede, come vedi. In alto i cuori, con il primo acconto ricevuto ho comprato una bottiglia di Sauternès, i tuoi friccicori spero di concedermeli con il saldo delle mie spettanze. (avviso peril pubblico: è QUESTO il momento romantico, per d*o! )

con immutato sprezzo del pericolo, e confidando sempre nella fragrante bontà delle tue grazie, ti saluta da questo cangiante fronte il tuo fido, inaffondabile


Ramblin Zabriskie.





*erano anni che volevo esordire così!

sabato 18 aprile 2009

paternità


"Che la partita fosse finita o no, alle cinque in punto, Antoine era davanti al cancello della scuola e Marie gli correva tra le braccia. Per niente al mondo avrebbe perso quel momento della giornata. La bambina lo stringeva con i piccoli muscoli del suo corpo, e la felicità faceva chiudere loro gli occhi. Le mamme sorridevano.

Tutto il quartiere sorrideva a vederli passare mano nella mano, mai l'uno senza l'altro fuori dalla scuola. Come due innamorati sedevano a mangiare uno di fronte all'altra nella pizzeria all'angolo, andavano al cinema il sabato sera o allo stadio in curva nord. La musica delle fiere e l'odore rosa dello zucchero filato li rendevano malinconici."

-Renè Fregni da "Nero Marsiglia"

martedì 7 aprile 2009

il mio mucchio umano


si posano le caraffe, le mani le abbrancano. silenzio. quasi si sente il glu glu degli assetati reduci da una sconfitta qualunque...















"Ah, non c'è niente come la prima sorsata di birra..."
azz. un paraculo ci ha scritto un libro su questa stronzata che il primo sorso blabla..
"infatti. ora questa la lascio e me ne faccio portare un'altra, così godo ancora."
! sei troppo avanti. da quando leggi dostoevski sei...ma che cazzo. ancora bastoni in tavola?
"ssht. che non si parla in prima mano."
ssht. :-)

sabato 4 aprile 2009






















c'è un campo dove dei bimbi si allenano a rugby.
resterei lì appeso alla rete per ore.

venerdì 3 aprile 2009

the lodger (2009)

You have the looks,
you have the style,
you have the brains,
you have the nerve,
it's just the price,
to get the prize,
that you don't think,

that you deserve...